venerdì 2 dicembre 2011

LA METAMORFOSI DI NARCISO

SIMBOLOGIA  - In questo quadro si rileva un uso continuo, visionario e morboso del metodo “critoco-paranoico”, definito da Dalì come “il metodo spontaneo di conoscenza irrazionale dei fenomeni deliranti”, ossia la descrizione di un oggetto mediante il suo ricordo onirico, miscuglio di coscienza, paranoia e cassetti mentali (emblematiche saranno opere come “Venere di Milo con cassetti” e “giraffa in fiamme”, entrambe del 1936, in cui si fortifica la metodologia che qui ha solo una sommaria presenza). L’immagine è mostrata come ponte fra realtà e illusione, in una fitta trama tra verità ed inganno, con un lento passaggio dal corpo di Narciso, piegato in posizione fetale, emblema della ricerca della solitudine che vi è nel grembo materno, figura gigantesca che si riflette parzialmente in un lago invaso da una dorata luminescenza, la quale riproduce l’atto della nascita (basti pensare che spesso si usa il sintagma “venire alla luce” per definire il momento del parto), fino alla sagoma della mano, avente la sua stessa fisionomia, che tiene in equilibrio un uovo crepato da cui nasce il fiore narciso. Quest’ultima figura richiama alla mente un quadro del 1937, opera di Pablo Picasso, intitolato “Guernica”, dove nella parte bassa della tela si nota una mano che impugna una spada spezzata da cui nasce un fiore, evidente simbolo della possibilità di riscatto dell’uomo (la speranza che è insita nella natura umana), mentre nel quadro di Dalì il fiore è solo l’ultima propaggine di un percorso chiuso, impregnato sull’amore verso se stessi, che può sfociare nell’omoerotismo. Inoltre, essa è anche simbolo di morte, tema caro al pittore e qui accentuato dalla presenza di formiche sulla base del pollice, rappresentazione della decomposizione e dell’inesorabile avanzare della fine della vita, e dal gusto per la rappresentazione in un angolo quasi nascosto di uno sciacallo, intento a divorare una carogna. L’intera opera permette allo spettatore di assistere all’inesorabile processo a cui vanno incontro coloro che si chiudono nell’egoismo e nel vanaglorioso culto personale, incapaci di dare dei reali contributi al progresso, destinando la loro esistenza ad una metamorfosi, che si esemplifica con l’annullamento del proprio essere e che finisce per identificarsi con una sparizione, come Narciso, che nel processo di trasformazione elimina tutto ciò che ha di umano per acquistare connotati nuovi, desunti dalla sua rinascita, la quale avviene in modo animalesco, mediante l’uscita da un uovo, ma che si rivela essere una sparizione di tutti i tratti caratteristici dell’animo umano, assenti nel fiore.
Salvador Dalì, 1936

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