SIMBOLOGIA
- In questo quadro si rileva un uso continuo, visionario e morboso del
metodo “critoco-paranoico”, definito da Dalì come “il metodo spontaneo
di conoscenza irrazionale dei fenomeni deliranti”, ossia la descrizione di
un oggetto mediante il suo ricordo onirico, miscuglio di coscienza,
paranoia e cassetti mentali (emblematiche saranno opere come “Venere di
Milo con cassetti” e “giraffa in fiamme”, entrambe del 1936, in cui si
fortifica la metodologia che qui ha solo una sommaria presenza).
L’immagine è mostrata come ponte fra realtà e illusione, in una fitta
trama tra verità ed inganno, con un lento passaggio dal corpo di Narciso,
piegato in posizione fetale, emblema della ricerca della solitudine che vi
è nel grembo materno, figura gigantesca che si riflette parzialmente in un
lago invaso da una dorata luminescenza, la quale riproduce l’atto della
nascita (basti pensare che spesso si usa il sintagma “venire alla luce”
per definire il momento del parto), fino alla sagoma della mano, avente la
sua stessa fisionomia, che tiene in equilibrio un uovo crepato da cui
nasce il fiore narciso. Quest’ultima figura richiama alla mente un quadro
del 1937, opera di Pablo Picasso, intitolato “Guernica”, dove nella parte
bassa della tela si nota una mano che impugna una spada spezzata da
cui nasce un fiore, evidente simbolo della possibilità di riscatto
dell’uomo (la speranza che è insita nella natura umana), mentre nel quadro
di Dalì il fiore è solo l’ultima propaggine di un percorso chiuso,
impregnato sull’amore verso se stessi, che può sfociare nell’omoerotismo.
Inoltre, essa è anche simbolo di morte, tema caro al pittore e qui
accentuato dalla presenza di formiche sulla base del pollice, rappresentazione
della decomposizione e dell’inesorabile avanzare della fine della vita, e
dal gusto per la rappresentazione in un angolo quasi nascosto di uno
sciacallo, intento a divorare una carogna. L’intera opera permette
allo spettatore di assistere all’inesorabile processo a cui vanno incontro
coloro che si chiudono nell’egoismo e nel vanaglorioso culto personale,
incapaci di dare dei reali contributi al progresso, destinando la loro
esistenza ad una metamorfosi, che si esemplifica con l’annullamento del
proprio essere e che finisce per identificarsi con una sparizione, come
Narciso, che nel processo di trasformazione elimina tutto ciò che ha di
umano per acquistare connotati nuovi, desunti dalla sua rinascita, la
quale avviene in modo animalesco, mediante l’uscita da un uovo, ma che si
rivela essere una sparizione di tutti i tratti caratteristici dell’animo
umano, assenti nel fiore.
Salvador Dalì, 1936




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