La Repubblica di Sardegna, perché no?
Pochi luoghi al mondo come la Sardegna possono vantare una diversità così evidente ad un occhio esterno sensibile e a uno sguardo storico globale. Pochi popoli al mondo come quello sardo potrebbero vantare così tante ragioni per affermare il proprio diritto all'autodeterminazione nazionale. E tuttavia il progetto di una Repubblica di Sardegna negli ultimi 150 anni è rimasto confinato nell'assurdo o nel folkloristico. Perché?Due sono i fattori decisivi, di fondo, attorno a cui tutti gli altri ruotano. La stigmatizzazione e la rimozione della coscienza di nazione portata avanti dallo Stato italiano, ma con ancor più profondità ed efficacia da buona parte delle classi dirigenti sarde degli ultimi duecento anni, e la pochezza dell'indipendentismo sardo. Un indipendentismo per troppo tempo incapace di liberarsi da atteggiamenti oscillanti fra vittimismo e estremismo, fra folklore e velleità; incapace di proporre una visione generale e un percorso concreto che rendesse credibile la costruzione di un nuovo Stato indipendente; incapace di liberarsi di molti falsi miti e di offrire nei fatti e nelle parole una nuova narrazione per la nazione sarda, per il suo divenire Repubblica all'interno dello spazio europeo, mediterraneo, globale.
Nazione, narrazione, costituzione
Se non si considera in tutta la sua portata la ferita dell'immaginazione nazionale dei sardi non si possono capire fino in fondo alcuni dei più clamorosi paradossi e non sensi della Sardegna attuale. Primo fra tutti la sconcertante ambivalenza fra una nazione che sembra esistere per chi la guardi dall'esterno, o nel momento in cui la si consideri “oggettivamente”, e sembra venir meno o sbiadirsi invece vivendola dall'interno, nel momento in cui ci si aspetterebbe di veder sorgere una soggettività politica capace di volersi e definirsi come sovrana.
Da Dante Alighieri che nel 1304, nel suo De vulgari eloquentia definiva i sardi come “non italiani”, a Carlo Baudi di Vesme, inviato in Sardegna su incarico di Carlo Alberto, che nel 1848 scriveva “La Sardegna non è Spagnuola, ma non è Italiana; è e fu da secoli pretta Sarda”; dalle pubblicazioni della Oxford University Press, come il volume Ethnicity, in cui i sardi figurano al pari degli italiani come una delle molteplici nazionalità europee, fino a uno degli ultimi numeri di Limes in cui parlando di lingua e potere la Sardegna compare come una delle “nazioni senza Stato” nel quadro della Babele europea, sembrerebbe non esserci dubbio sul fatto che la Sardegna sia una nazione storica e una repubblica potenziale. E tuttavia, resta il dubbio se i sardi si immaginino come tali, se siano capaci di pensarsi e agire collettivamente e politicamente come una nazione che mira ad affermare la propria più piena e compiuta sovranità. (…)
Franciscu Sedda




Emilio Lussu, uscito dalla carneficina della prima guerra mondiale con l'aura di "capo dei sardi" e alla guida del PSd'Az, capace di prendere il 35% dei voti : "Non rivendicazione a tipo nazionale. (...)Noi ci siamo accorti da parecchio di essere una nazione fallita (...)Questa è la premessa insuperabile, di fronte alla quale ci fermeremo anche se fossimo accesi come i nazionalisti di Catalogna. (1926)E nel 1944, di ritorno dall'esilio, quando ancora i sardi aspettavano come un messia indipendentista, eccolo ribadire pubblicamente la sua vergogna per un aspirazione che egli considerava una "malattia da guarire".
RispondiEliminaE questo trauma collettivo, questo scenario di violenza domestica, che ancora fa i conti la coscienza infelice dei sardi.